Amy Winehouse, fragile genio che amava cantare

A volte, quando si pensa a un personaggio famoso, tendiamo ad escludere la componente emotiva e sentimentale della persona dietro alla star. Pensiamo che gli eccessi, gli abusi di alcool e droghe e la vita disordinata sia prerogativa indispensabile di queste “entità sovrannaturali“, frutto del divertimento sfrenato e dello sperpero della ricchezza. Il “caso Winehouse” ci dimostra il contrario…

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Il vero volto di Amy Winehouse

Eppure dietro alle acconciature eccentriche, ai tatuaggi old school e le voci da giornale scandalistico si nascondeva (nemmeno troppo bene) una ragazza fragile che fu curata con psicofarmaci a causa di una depressione già in giovane età (11 o 12 anni circa). Figlia di una madre troppo accondiscendente e di un padre snaturato che portò avanti una relazione parallela per 8 anni prima di mollare la famiglia prima che Amy compisse 10 anni, la giovane inglese cresce tra la provocazione continua ai genitori e la sua sola passione: la musica.

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Il primo successo

È il 2002 quando Tyler James, suo amico d’infanzia, spedisce una demo di Amy a un talent scout che la porta alla Island Records dove firma il suo primo contratto. L’anno successivo esce Frank, suo primo disco, con cui si fa notare a livello internazionale ed esplode in Inghilterra. Eppure lei voleva solo cantare. Una delle sue dichiarazioni in un intervista ad una radio locale dopo l’uscita di Frank diceva “Per me il successo non sono i soldi o gli stadi pieni, il successo sarà quando potrò stare chiusa in studio a registrare e scrivere musica“.

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Il boom

Ma dopo il successo le debolezze escono tutte fuori. Amy inizia a frequentare (e si innamora follemente) di Blake Fielder. Quest’ultimo è totalmente fuori controllo sull’abuso di droghe e impegnato in una lunga relazione. Dopo qualche mese insieme, Blake lascia Amy e decide di restare con la sua ragazza. Questa decisione devasta la Winehouse che scende velocemente in un abisso di autodistruzione. I suoi amici pensano che le serva andare in riabilitazione ma il padre (si, quello che l’ha abbandonata e che ora è più che mai presente) glielo nega. Da questo periodo esce il suo vero capolavoro, l’album Back to black, che racconta tutto quello che la cantante ha vissuto in quei momenti.

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Fuori controllo

Amy si ripulisce, Blake torna nella sua vita e la distrugge di nuovo. Ma lo spettacolo deve continuare e, invece di aiutarla, si preferisce esibirla come un personaggio: l’ubriacona, la drogata, la guastafeste, la pazza. Da una parte la sua popolarità cresce, dall’altra lei finisce sempre più giù. Blake viene arrestato, lei lo lascia e scende ancora più in basso. Quando decide di ripulirsi davvero, il padre le intima di fare prima i 5 concerti per cui aveva firmato. Lei non vuole e allora, la sera prima di partire per il concerto di Zagabria, prende una sbronza colossale, pensando di annullare così la data del giorno successivo. Invece, dopo essere svenuta nella sua camera di notte, si risveglia all’aeroporto, dove è stata trascinata di peso contro la sua volontà. A Zagabria si rifiuta di cantare, è totalmente fuori di testa: concerto annullato.

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Voleva solo cantare

In fondo Amy voleva solo cantare. L’icona della dissolutezza era in realtà solo una ragazza fragile che amava il jazz, Tony Bennett (che volle collaborare con lei) e cantare dal vivo. E mentre chiedeva aiuto, lo spettacolo doveva andare avanti. E allora via, sacrificata all’altare dello show business, un personaggio e non una persona. Amy Winehouse, un genio fragile che voleva solo cantare.

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